San Siro omaggia Beccalossi e il doblete, poi l’Inter sfila in trionfo
Tutte le strade ieri hanno portato a Milano. Capitale non solo della moda, ma da due settimane anche del calcio italiano, ricoperta di nerazzurro nel giorno della celebrazione del double dell’Inter. Il sipario sulla grande festa dei Campioni d’Italia si è alzato molto presto. La città si è cominciata a riempire in maniera lenta, ma costante, fin dalle prime luci del mattino. Le arterie del centro hanno cominciato a pulsare grazie all’arrivo di migliaia di tifosi, provenienti da tutta Italia, ma non solo. Attraversare l’Europa, o addirittura l’oceano, non è stato un problema: l’esigenza di vivere l’appuntamento tanto atteso dal vivo, più vicino possibile, ha accomunato un mare di persone. Erano circa 300mila, secondo le prime stime, di cui buona parte aveva già salutato la squadra in mattinata all’arrivo al Meazza.
Beccalossi, il ricordo indelebile: per lui un applauditissimo minuto di silenzio
Appena prima del fischio d’inizio un applauditissimo minuto di silenzio in ricordo di Evaristo Beccalossi, leggenda nerazzurra appena volata lassù. Il suo sorriso scalda ancora San Siro e sembra ripetere un’ultima volta il suo inconfondibile slogan: «Sono Evaristo, scusate se insisto». Anche la sua Inter insiste e non ha intenzione di smettere. Poi tamburi, fumogeni e cori che sono stati il sottofondo costante della giornata. Prima, durante e dopo la partita, quando il bus scoperto ha lasciato San Siro, ovviamente in clamoroso ritardo rispetto alle previsioni. Il popolo interista ha portato avanti un incessante tributo ai propri beniamini, dall’altro lo sfottò più o meno pesante nei confronti delle dirette rivali che nel corso della stagione hanno finito per schiantarsi sotto il peso di un’ambizione evidentemente troppo grande da sostenere per loro.
Festa Inter, focus principale su Chivu
Un occhio di riguardo i presenti lo hanno riservato a Conte, Allegri e le loro rispettive squadre, senza dimenticare Spalletti e la Juventus, anche in virtù degli aggiornamenti che nel frattempo arrivavano da Torino. Il focus principale ha riguardato però Chivu, con uno striscione in particolare riservato al tecnico nerazzurro, ricordando quella che per lui è stata una chiusura di un cerchio, iniziato con le vittorie da calciatore nella Milano interista. Un pensiero particolare a lui lo hanno riservato anche Federico Dimarco, con un gavettone al tecnico nel bel mezzo delle interviste in campo post gara, e Marcus Thuram, sbucato sul pullman con un caschetto uguale a quello che indossava il rumeno da allenatore, prima di alzare uno striscione a tinte rossonere con disegnato un topo, riferito ai cugini milanisti, passatogli da un tifoso.
Festa Inter goduta ogni istante dopo un'attesa durata un anno
Chivu, invece, contravvenendo alle sue abitudini di lasciare spazio esclusivamente ai calciatori, era stato costretto proprio dai suoi ragazzi ad alzare la coppa insieme a capitan Lautaro. Evidentemente poi ci ha preso gusto, considerando che almeno nel primo tratto della parata si è piazzato tra il Toro e Barella e tra le due coppe, ricevendo cori e apprezzamenti dai tifosi. Il vice capitano dell’Inter, così come lo stesso Thuram, ha approfittato per diversi metri per farsi lanciare sciarpe, maglie e vessilli da autografare e restituire alla folla, rendendo i presenti ancora più contenti.
Si è trattato, grazie alla pazienza e alla guida esperta anche dell’eroe di giornata, l’autista del club Patrizio, di una lunga e intensa passeggiata romantica, come previsto senza particolare fretta, fino ai piedi della cattedrale cittadina per chiudere il cerchio e raggiungere l’apice dell’euforia. Per godersi ogni istante di una festa la cui attesa era durata un anno. Se la immaginavano proprio così i tanti presenti, ma anche quelli costretti da varie contingenze a godersi gli aggiornamenti via social. La meritavano più di tutti, quelli che dodici mesi fa avevano vissuto il punto più complicato della vita storia d’amore a tinte nerazzurre. «A Monaco senza biglietto, in Duomo con lo scudetto», recitava lo striscione di un ragazzo. Un atto di fede: dalla morte sportiva, alla resurrezione. Ora quelli come lui hanno davvero voltato pagina.
